L’apice di un’era a New York
I Knicks sono clamorosamente tornati alle NBA Finals per la prima volta dal lontano 1999. Per una tifoseria abituata a decenni di purgatorio cestistico è una liberazione assoluta, mentre per James Dolan, l’ostinato e spesso divisivo proprietario della franchigia, sa di pura e semplice rivincita. Dopo anni passati a scrollarsi di dosso le critiche più feroci e a fare a sportellate con i vertici della lega, ha finalmente tra le mani il giocattolo vincente che aveva sempre preteso fosse realizzabile. A dirla tutta, questa potrebbe essere la sua migliore – e forse unica – occasione per uscire di scena da trionfatore. Certo, Dolan non ha mai dato a intendere di voler mollare l’osso. I cori “sell the team” gli sono sempre scivolati addosso e ha ribadito più volte di considerare i Knicks come un patrimonio di famiglia da tramandare ai posteri. Ma mentre il Madison Square Garden si gode il suo tanto atteso rinascimento, il resto della lega non sta certo a guardare, e all’orizzonte si profila l’ombra di un nuovo dominatore.
La fine di un incubo
Congratulazioni, Washington: non dovrete più essere la barzelletta dell’NBA. Proprio nel momento in cui New York tocca il tetto della Eastern Conference, la capitale si prepara ad accogliere un talento fuori da ogni logica. Anicet “AJ” Dybantsa non è un semplice prospetto, è l’uomo destinato a sconvolgere le gerarchie del basket americano. Unanimemente considerato la prima scelta assoluta al Draft 2026, parliamo del freshman universitario probabilmente più pronto per il salto tra i professionisti che si sia mai visto. A soli 19 anni, si presenta ai nastri di partenza come un enigma tattico irrisolvibile per le altre 29 franchigie. È una razza a parte, il mix genetico e tecnico perfetto di stazza, atletismo e fondamentali.
Le radici di un fenomeno
Nato a inizio 2007 (il 29 gennaio per la precisione), sangue congolese e giamaicano nelle vene, Dybantsa è cresciuto a Brockton, alle porte di Boston. Sì, è un tifoso dei Celtics, un dettaglio anagrafico che aggiunge decisamente pepe al contesto della Conference. Ha iniziato a fare sfracelli sui parquet della Saint Sebastian High School: a soli 14 anni viaggiava a 19.1 punti, 9.6 rimbalzi, 2.9 assist e 2.5 stoppate a sera, spazzando via la concorrenza e guadagnandosi il titolo di Gatorade Player of the Year del Massachusetts. In quella stagione inaugurale ha trascinato la scuola alla finale statale NEPSAC Class A, sfumata al fotofinish per un solo punto (77-76) contro la Milton Academy.
Da lì ha intrapreso una vera e propria tournée per testare i propri limiti. Si è trasferito in California alla Prolific Prep di Napa per il secondo anno, poi, nel luglio 2023, ha letteralmente disintegrato le difese del Nike Peach Jam segnando 25.8 punti di media con gli Expressions Elite, la sua squadra AAU di Boston. Ha chiuso il suo percorso liceale a Hurricane, nello Utah, con la maglia della Utah Prep Academy. Classificato da ESPN come miglior prospetto in assoluto fin dal suo anno da freshman liceale, ha bruciato le tappe ri-classificandosi per la classe del 2025. A dicembre 2024 ha sorpreso parecchi addetti ai lavori legandosi alla Brigham Young University (BYU), preferendo rimanere nello Utah e diventando, di gran lunga, il reclutamento più prestigioso nella storia dell’ateneo.
Dominio assoluto in maglia Cougars
L’impatto con il basket universitario è stato devastante. Dybantsa ha chiuso una stagione quasi impeccabile a BYU mettendo a referto 25.5 punti (leader indiscusso dell’intera NCAA), affiancati da 6.8 rimbalzi e 3.7 assist. La bacheca personale è già da capogiro: inserimento nel primo quintetto All-American, Julius Erving Award, miglior marcatore NCAA, matricola dell’anno e membro del quintetto All-Freshman della Big 12. Come se non bastasse, ha aggiunto lo status di McDonald’s All-American (2025) e il premio di MVP ai Mondiali FIBA Under-19 (2025).
L’anatomia di un mismatch
Analizzando il repertorio tecnico, Dybantsa rasenta l’eccellenza. Se non fosse capitato in una classe Draft densa di talenti pazzeschi, spiccherebbe sul resto del gruppo con un margine imbarazzante, un po’ come ha fatto Cooper Flagg la stagione passata. E proprio in analogia con Flagg, i suoi 206 centimetri distribuiti su 95 chili di muscoli lo rendono un jolly assoluto, capace di ricoprire senza patemi le posizioni dall’uno al quattro. È il manifesto del basket positionless.
La prima cosa che ruba l’occhio è la naturalezza con cui trova il fondo della retina. Ha tirato con il 51% dal campo, e anche se il 33.1% dall’arco suggerisce un margine di miglioramento, la curva di apprendimento mostrata nell’arco dei mesi è notevole. Ha progressivamente preso fiducia dal perimetro, arrivando a fine anno a prendersi 4.2 triple a partita (mandandone a bersaglio 1.4). Il vero incubo per le difese, però, prende forma nel pitturato e dal mid-range. Quando gioca fronte a canestro punta il ferro con una cattiveria agonistica inaudita, crea separazione dal palleggio per pull-up pulitissimi o si infila negli spazi stretti grazie a una reattività muscolare fuori scala. Nei pressi del ferro ha chiuso col 56.8% (259 tiri a segno su 456), percentuali da lungo di ruolo per uno che manovra spesso la palla sul perimetro. Riesce a cambiare direzione in un fazzoletto, mandando fuori giri i difensori, e possiede una forza fisica che gli permette di assorbire i contatti quando si accoppia con avversari più leggeri. Ha un istinto naturale per individuare in una frazione di secondo il mismatch sul parquet e posizionarsi nel punto esatto in cui fa più male. Un giocatore totale per una lega che si prepara a voltare pagina.