La rivoluzione nerazzurra muove i primi passi sotto il sole implacabile della California. Lontano dal clamore mediatico, dai veleni di un addio a dir poco burrascoso con Simone Inzaghi e dalle scorie del disastro bavarese, l’Inter si è ritrovata sui campi dell’UCLA. A guidare il gruppo, adesso, c’è Cristian Chivu. Chi si aspettava un approccio morbido, magari condizionato dalla sua nota e innata timidezza, è rimasto deluso. La voce del tecnico rumeno è risuonata forte, ferma e ben scandita fin dai primi minuti di allenamento. Ha chiesto un ritmo asfissiante, ha preteso la massima soglia di attenzione e ha tracciato subito la rotta tattica: vuole una squadra feroce, estremamente aggressiva su ogni pallone.
Il peso della panchina e l’identità ritrovata
L’investitura formale è arrivata poco dopo, nei saloni di un lussuoso albergo a cinque stelle di Beverly Hills. Beppe Marotta ci ha tenuto a spazzare via ogni equivoco, chiarendo pubblicamente che il nuovo allenatore non rappresenta un ripiego d’emergenza o una soluzione temporanea. Dal canto suo, Chivu sa benissimo che per guardare al futuro bisogna prima ancorarsi saldamente al proprio passato. Davanti ai cronisti non ha nascosto l’emozione. Ha ammesso di sentire addosso un carico di responsabilità enorme, un mix di pressione e orgoglio che lo ha riportato immediatamente a tredici anni fa, quando Piero Ausilio gli aprì per la prima volta i cancelli di Appiano Gentile.
Nei piani dell’ex difensore, il nuovo corso si basa su un ritorno alle radici dell’interismo più puro. Si tratta di lealtà e attaccamento alla maglia, valori viscerali che la società ha sempre trasmesso ai tifosi e che lo hanno fatto innamorare di questi colori. Il progetto è nuovo ma porta avanti un’eredità pesante: l’Inter resta una delle formazioni più forti d’Europa e ha l’obbligo di competere ai massimi livelli per onorare lo stemma. A chi parla di annata da dimenticare, Chivu risponde in modo tagliente. Nel suo vocabolario calcistico il fallimento non esiste, soprattutto considerando quanto la squadra fosse stata esaltata prima contro Bayern e Barcellona. Fallire, per lui, significa smettere di provarci fino in fondo e iniziare una caccia alle streghe per cercare colpevoli, un atteggiamento che, fortunatamente, non appartiene a questo spogliatoio.
Curiosamente, la strada che lo ha riportato a Milano è nata da un colpo di scena. L’intenzione primaria di Chivu era quella di proseguire il suo lavoro a Parma e la chiamata da Viale della Liberazione lo ha colto totalmente di sorpresa. Proprio per questo, prima di dire sì, ha preteso che la dirigenza milanese chiedesse il via libera a Federico Cherubini, per puro e semplice rispetto istituzionale. Una volta al timone, però, ha subito fatto tabula rasa. Nelle sue gerarchie l’età anagrafica non conta assolutamente nulla, conta solo la qualità. E Henrikh Mkhitaryan rappresenta l’esempio perfetto, il faro da seguire anche per i talenti più giovani.
La muraglia eretta da Bastoni
Se il nuovo tecnico chiede appartenenza, le notizie che rimbalzano dal mercato europeo dimostrano che questo concetto è già ampiamente radicato nei pilastri della squadra. Alessandro Bastoni, infatti, ha eretto un muro di gomma di fronte al forte pressing del Barcellona. I dirigenti blaugrana si sono mossi concretamente per portarlo in Catalogna in questa finestra estiva, avviando contatti esplorativi con l’entourage del difensore mancino. Le chiacchierate si sono però arenate ancor prima di entrare nel vivo. La ragione è semplice: il giocatore ha espresso la chiara volontà di non intavolare alcuna trattativa, declinando l’invito a lasciare San Siro.
A complicare ulteriormente i sogni spagnoli si aggiunge una voragine economica tra i club. Le indiscrezioni parlano di un Barcellona disposto a mettere sul piatto circa 45 milioni di euro, cifra considerata irricevibile dai vertici interisti, che per privarsi del loro gioiello partono da una base d’asta compresa tra i 60 e i 70 milioni.
Una maglia che vale come corazza
D’altronde, non è la prima volta che Bastoni si oppone alle sirene dei top club internazionali. Già qualche stagione fa il Manchester City aveva provato a sedurlo con contratti faraonici, ma anche allora il difensore aveva forzato la mano pur di non muoversi dall’Italia. L’Inter la sente come la sua squadra. Un legame viscerale, diventato d’acciaio soprattutto grazie alla protezione che la società e l’ambiente gli hanno garantito nei momenti più turbolenti. Il centrale azzurro non dimentica il supporto totale ricevuto dalla dirigenza quando veniva sistematicamente fischiato in mezza Italia in seguito alle furiose polemiche del Derby d’Italia contro la Juventus. E porta ancora nel cuore l’emozione della standing ovation che i tifosi nerazzurri gli hanno tributato al suo rientro a San Siro, un caldo abbraccio arrivato proprio per consolarlo dopo il cartellino rosso incassato nella drammatica sconfitta dell’Italia contro la Bosnia-Erzegovina ai playoff mondiali. È esattamente su queste fondamenta, fatte di scelte di cuore e identità, che l’Inter sta provando a costruire la sua rinascita.