Fausto Coppi e Gino Bartali si passano la borraccia al Giro d'Italia 1953

25 mag Speciale GIRO D’ITALIA: Ciclisti, eroi contemporanei

Lucio Dalla, con la sua dolcezza di menestrello popolare, cantava le imprese del pilota Tazio Nuvolari. C’è un passo bellissimo di quel testo che dice: “Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari, la gente arriva in mucchio e si stende sui prati, quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari, la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore e finalmente quando sente il rumore salta in piedi e lo saluta con la mano, gli grida parole d’amore, e lo guarda scomparire come guarda un soldato a cavallo, a cavallo nel cielo di Aprile!”. Oggi per puro caso ho guardato la penultima tappa del Giro d’Italia e questa canzone mi risuonava in testa. C’è qualcosa di speciale nel ciclismo, un sapore antico, del tempo in cui gli sportivi sembravano vincere per i loro sostenitori, per l’onore che si portavano addosso, per sfidare i propri limiti: un tempo in cui il denaro contava poco, in cui l’atleta era un vero semidio olimpico, un essere umano con qualcosa in più. Non ho mai seguito il ciclismo, ma oggi ho sentito una fortissima emozione nell’osservare quei ragazzi che danno il tutto e per tutto per arrivare alla cima di una montagna, affrontando una salita infinita, sotto la neve, incuranti del freddo. Il ciclismo è un po’ la metafora della sfida vera: sudore, fatica, la consapevolezza di stare su due esili ruote, il cuore che batte forte, l’arrivo. Il Giro d’Italia ha qualcosa che nessun altro sport ha: il pubblico. È vero, anche nel calcio c’è un pubblico, ma sembra essere lì solo per insultare l’avversario più che per l’amore verso la propria squadra. Nel ciclismo il pubblico si fa popolo: salta in piedi, come faceva per Nuvolari, corre verso l’atleta, gli offre il suo sostegno come può, lo incita, lo sprona, lo ama. È una magia antica di un sport bellissimo.

Oggi le Tre Cime di Lavaredo erano coperte da una spessa coltre di neve. I ciclisti sono giunti all’arrivo stremati, tremanti, quasi in lacrime per il freddo pungente e la fatica. Vincenzo Nibali, che ha ormai in mano la vittoria dell’intero Giro, ha subito ringraziato chi lo aspettava sulla cima, gente che è lì da ore al freddo solo per vedere un atleta passare, vincere, essere un vero eroe. È risaputo che il ciclismo ha avuto e ha ancora il grosso peso del doping, ma le sfide non si vincono con gli aiutini, con la strada in discesa, con gli imbrogli; vincere una tappa così significa perdere cose ben più importanti. Le sfide si vincono con le lacrime, con il sudore, e Nibali ce l’ha insegnato oggi, baciando la fede al dito, girandosi verso l’ammiraglia per ringraziare il suo team. Il ciclismo oggi mi ha emozionata, avrei davvero voluto essere lì. Il 26 maggio c’è il grande arrivo, a Brescia. Vorrei tanto andare anch’io a salutare Vincenzo e tutti gli altri, “soldati a cavallo” di uno sport da rivalutare. 

Vincenzo Nibali

Vincenzo Nibali

Fausto Coppi e Gino Bartali si passano la borraccia al Giro d'Italia 1953
Fausto Coppi e Gino Bartali si passano la borraccia al Giro d’Italia 1953

  
 


Jennifer Guerra
jennifercoursonguerra@gmail.com

"A noi ci piace un casino confondere le idee, ma ci piacerebbe anche farvi ballare, ve lo garantisco"



Advertisment ad adsense adlogger