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25 apr Ci avevano insegnato a odiare

Quando lo obbligavano a firmare, Lino alzava lo sguardo e usciva. Succedeva ogni settimana, ogni volta che gli insegnanti portavano la sua classe in Corso Magenta e, nella sala del Cinema Duse, costringevano i ragazzi a scegliere tra la San Marco, la Decima Mas e le Brigate Nere.
I genitori di Lino non erano fascisti e, di certo, non lo era nemmeno lui.
Quando gli chiedo di spiegarmene il motivo, risponde che odiare non è mai stato il suo forte.

lino pedroni Signor Pedroni, quando ha deciso di raggiungere i compagni della 122° Brigata Garibaldi, sulle montagne di Marcheno, era poco più che adolescente. Com’era stata la vita fino allora?
Sono nato in campagna, a Remedello, da genitori socialisti. Mio padre era vice capo della “Lega dei Socialisti” e per questo motivo perdeva di continuo il lavoro. Così, nel 1936 decidemmo di trasferirci a Brescia. Io ho frequentato le elementari, la scuola di avviamento professionale Francesco Lana e i primi 3 anni dell’Itis Moretto, dove ha avuto inizio la mia attività politica antifascista.
Ricordo che, andando a scuola il 13 novembre 1943 (giorno della prima rappresaglia fascista, ndr) vidi 3 corpi buttati in terra. Chiesi spiegazioni ad alcuni ragazzi, mi dissero che quelli erano corpi di partigiani, sporchi traditori. Eppure, nel 1944 i fascisti iniziavano ad essere seriamente in difficoltà: pochi si arruolavano e molti disertavano, mentre il movimento partigiano acquistava forza. Per risolvere il problema dell’arruolamento, i generali fascisti venivano a trovarci ogni sabato: ci facevano la predica, ma noi non li ascoltavamo. Ci portavano al Cinema Duse e ci costringevano a firmare per uno dei corpi paramilitari della Repubblica di Salò. A quel punto abbiamo deciso di raggiungere i compagni della 122° Brigata Garibaldi, con i quali eravamo in contatto già da tempo.

Cosa voleva dire, allora, essere un partigiano?
In poche parole, avere i piedi per terra e l’astuzia di un contadino. Durante il giorno dovevamo muoverci attentamente, individuare le spie e bruciare le liste di coscrizione conservate nei palazzi comunali. Al mattino, per assicurarsi di non essere in pericolo, i cacciatori scrutavano il cielo: ogni brusco movimento degli uccelli era il segno che il nemico ci era quasi addosso. Quando i compagni delle cascine a valle avvistavano i fascisti, mettevano un lenzuolo per terra. Un lenzuolo significava una pattuglia, due lenzuoli equivalevano a una compagnia, tre lenzuola indicavano una colonna di soldati armati. Di notte ci affidavamo ai cani che, abbaiando, ci avvertivano del pericolo. Il ruolo determinante, tuttavia, l’hanno avuto le donne. Non assoggettate alla legge marziale, erano libere di muoversi e aiutarci coi rifornimenti.

Cosa l’ha spinta a prendere la via dei monti?
Da piccolo volevano insegnarmi a odiare: odiare il nemico, odiare “il diverso”, odiare i traditori. Io, invece, ho sempre amato tanto: mi piaceva parlare con i compagni e discutere con democristiani e socialisti, amavo la storia ma, soprattutto, sentivo dentro di me l’amore per qualcosa che ancora non conoscevo: amavo la libertà.

Mi parli del suo sogno di libertà, l’ha visto avverarsi?
(sorride) Noi non conoscevamo la libertà. Non sapevamo nemmeno cosa volesse dire “essere liberi”. Potevamo immaginarlo, riempiva i nostri sogni e gli occhi si sforzavano tanto, nel tentativo di visualizzare un’Italia libera, da farci male.
La libertà è stata un’esplosione di gioia, è stato l’impegno della Costituente, è stato il miracolo economico, è stata la nascita dei sindacati, è stato l’amore per la politica.
Sinceramente, non so cosa sia rimasto, oggi, di quel sentimento. Da quel 25 aprile 1945 son passate ben tre generazioni e, con mio enorme rammarico, il senso della Resistenza è andato perdendosi ogni giorno di più.  I poteri forti (le banche, ndr) hanno il pieno controllo, la politica è stata screditata e ridicolizzata. Per apprezzare davvero la libertà servirebbe un programma scolastico serio, servirebbe conoscere.
Vuoi sapere qual è il mio sogno ora? Mi piacerebbe vedere i ragazzi – tutti i ragazzi italiani – fieri del proprio Paese, felici di sapere che qualcuno ha lottato per il loro futuro. Noi ci credevamo tanto, forse a spingerci c’era una buona dose di incoscienza, ma combattere per la libertà ci riempiva di orgoglio.

Quando lo obbligavano a firmare, Lino alzava lo sguardo e usciva. Succedeva ogni settimana, ogni volta che gli insegnanti portavano la sua classe in Corso Magenta e, nella sala del Cinema Duse, costringevano i ragazzi a scegliere tra la San Marco, la Decima Mas e le Brigate Nere. Quel giorno, però, a uscire non fu lui. Dal retro della sala, un rumore di passi si alzò, sempre più forte. I piedi di 300 ragazzi picchiavano il parquet con vigore, ribellandosi alla dittatura, agli obblighi, all’ignoranza, alla violenza, costringendo i fascisti alla ritirata.

Quel giorno la libertà trionfò.il popolo 25 aprile 1945

 
 


Giulia Bosi
bosi.giuli@gmail.com

simpatica e solare, laureanda in giornalismo e aspirante professionista, vi porterà nel cuore di Brescia, facendovi scoprire gli ultimi eventi e le ultime novità!



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