27 ott 5am | curiosità alle cinque del mattino da chi si è svegliato troppo presto o non è ancora andato a dormire

Eccoci alla seconda puntata di 5am: oggi si parla di lui, il Duca Bianco, Sir David Bowie.


All’alba degli anni 70, in Inghilterra, il rock diventa un ballo in maschera. Sotto le sgargianti luci dei neon, impazzano i giovani “dudes”: neo-fricchettoni che trasformano i barbosi raduni eco-pacifisti dei loro cugini hippie in uno sfrenato festival del kitsch. Che sia “peace and love”, insomma, ma senza più vincoli ideologici o politici di sorta. Trionfano così il disimpegno, il travestitismo e l’ambiguità sessuale. E’ il tempo del “glam-rock” e di una nuova ubriacante Swingin’ London. “Rock’n’roll col rossetto”, lo definirà John Lennon. In questo carnevale delle vanità, David Bowie centra la maschera perfetta: Ziggy Stardust. Un alieno androgino dalle movenze sgraziate, truccato come una drag queen e munito di parrucca color carota. E’ lui “l’uomo che cadde sulla terra”, il messia di una rivoluzione rock che dura una stagione sola, ma lascia il segno per sempre.

Ma andiamo per ordine. E’ il 1972 e un anno prima Bowie, già autore di prove tanto promettenti quanto discontinue, è riuscito finalmente a mettere a fuoco un nuovo vocabolario rock, al crocevia tra psichedelia malata à-la Velvet Underground, folk d’ascendenza dylaniana e – per l’appunto – glam-rock. Ma per entrare appieno nell’epopea glam, serve un personaggio che colpisca l’immaginario del pubblico. Con un’anima rock e una storia da raccontare: quella di “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars”, un concept-album su ascesa e (auto)distruzione di un “plastic rocker”, secondo la definizione dello stesso Bowie.
Romantico e voluttuoso, ambiguo e sfrontato, “extraterrestre”, e quindi libero dai tabù sessuali che incatenano l’umanità, Ziggy polveredistelle è la quintessenza dello spirito glam. In lui convivono passato e futuro: figlio dell’aura decadente del cabaret mitteleuropeo anteguerra, è proteso nello slancio avvenirista dell’”Arancia Meccanica” di Kubrick (1971), le cui note iniziali apriranno gli show dello Ziggy Stardust Tour. E’ la maschera che incorpora tutti gli stereotipi del rock filtrati attraverso la lente grottesca del glam. Una caricatura del divo, destinato a essere idolatrato dal pubblico e stritolato dallo star-system. La finzione scenica, però, prevarica presto la realtà e Bowie si incarna nel suo alter ego fino a immolarlo sul palco, donandogli l’immortalità. Già, perché è sull’ossimoro “effimero-eterno” che si gioca tutta l’opera. E il fatto che alla fine abbia prevalso il secondo (il disco è tuttora considerato un classico) è la dimostrazione che nel dandy londinese marketing e arte sono un binomio vincente e inscindibile.
Musicalmente, l’album è una raccolta di ballate romantiche e di rock’n’roll elettrificati e tiratissimi, al limite del punk. Musica da suonare a tutto volume, come raccomanda il retro della copertina. Nelle undici tracce viene sfoderato tutto l’armamentario glam: dalle voci sguaiate ed effeminate alle chitarre affilate, dagli arrangiamenti pomposi d’archi alle melodie struggenti. Ma in tanto melodramma Bowie non si prende mai sul serio: le sue canzoni sono uno sberleffo alla morale bacchettona, un saggio di trasgressione ironica e, spesso, di puro nonsense. Per aumentare il clamore, poi, confesserà al britannico Melody Maker: “Sono gay e lo sono sempre stato”. Vero o falso, non importa: lo scandalo è creato.
La saga di Ziggy inizia con una profezia apocalittica. La Terra è sull’orlo del collasso, restano cinque anni prima della catastrofe: “We had five years left to cry in”. E’ la batteria di Woodmansey a dettare le cadenze di “Five Years”, che parte come una ballata languida e si impenna in un magnifico crescendo, fino a esplodere nell’urlo isterico di Bowie. Il celebre ritornello “There’s a starman waiting in the sky/ He’d like to come and meet us/ But he thinks he’d blow our minds” è un capolavoro, degno di stare al fianco dei classici dei Beatles. Perché come i quattro di Liverpool, Bowie possiede la rara dote di saper costruire da poche sillabe ciò che gli americani chiamano “hooks”, gli ami da pesca, capaci di catturare per sempre l’ascoltatore.

La copertina del disco ritrae Bowie con acconciatura stile Greta Garbo in una piovosa Heddon Street, a pochi metri da Regent Street, nel cuore di Londra; nella versione rimasterizzata su cd sono stati inclusi cinque bonus: “John I’m Only Dancing” e “Velvet Goldmine” (due eccellenti B side di 45 giri), l’inedita “Sweet Head” e i due demo di “Ziggy Stardust” e “Lady Stardust”.

Irrimediabilmente datato, ma al tempo stesso foriero di tanto rock a venire, Ziggy Stardust abbatte gli sterili confini tra cultura “alta” e “bassa”. Perché Bowie – come ha detto lui stesso – è insieme Nijinsky e Woolworth. Chiunque negli anni abbia affrontato il rapporto tra performer e pubblico ha dovuto fare i conti con questo alieno in calzamaglia. “Era una creatura nata per essere idolatrata dai fan — rivelerà Bowie – la utilizzai servendomi dei semplici canoni del rock’n’roll”.
Il lampo, nell’ originaria scenografia di Ziggy, era tratto dal simbolo di alto voltaggio che identificava gli apparecchi elettrici più pericolosi. Si irritò non poco quando i Kiss lo rubarono. Rubare, dopo tutto, era il sua mestiere.
Ziggy Stardust, un prodotto di marketing, ma studiato fin nei minimi dettagli.
Come un’opera d’arte.

Tutto questo (e molto altro) è Sir Bowie. E questa è la sua Ziggy Stardust.

Alla prossima, stay wakeful. 
 


Giada Bugatti
giadabugatti@gmail.com

ventidue anni, ossessionata dagli accessori, ritardataria, insonne e logorroica.



Advertisment ad adsense adlogger